con il contributo della Fondazione Cariplo

Le cause del «Grande terrore» [Parte 2]

Sezione: Approfondimenti: Archivio, News

Pubblicato su “Vedemosti” n.4358 del 07.07.2017 [link all'articolo in russo]
Traduzione di Giulia De Florio ed Elena Freda Piredda

Le cause del “Grande terrore”

Lo storico Oleg Chlevnjuk racconta i motivi, i miti e le conseguenze delle repressioni del 1937-1938.

Quali sono le cause del “Grande terrore”? Le cause non delle repressioni staliniane in generale, ma proprio del loro culmine, avvenuto tra il 1937-1938?

Il tema è molto dibattuto. Alcuni storici rivolgono la propria attenzione alle prime elezioni dei soviet, svoltesi alla fine del 1937, sulla base di votazioni segrete. Secondo questi studiosi, alle elezioni la dirigenza staliniana avrebbe tentato di mettersi al riparo da eventuali imprevisti che potessero provenire da elementi ostili. Queste supposizioni fanno però sorgere dei dubbi perché il processo di elezione e di spoglio era completamente controllato. Inoltre, le operazioni di massa continuarono anche dopo le elezioni, nel corso di quasi tutto il 1938.

Alcuni specialisti vedono nelle operazioni di massa un’arma di ingegneria sociale, di unificazione forzata della società. Si tratta senza dubbio di motivazioni tipiche per qualsiasi dittatore. Tuttavia, se ci basassimo solo su di esse, non riusciremmo a capire perché Stalin abbia deciso di “unificare” la società a tappe forzate proprio nel 1937. Si scrive molto di come il Cremlino abbia tentato di trovare capri espiatori fra i funzionari, di dichiararli responsabili delle enormi difficoltà in cui versava il popolo e di aprire la valvola della tensione sociale. E questa motivazione, senza dubbio, ha accompagnato tutte le repressioni staliniane, comprese le purghe della nomenklatura del 1937-1938. Tuttavia non spiega le operazioni di massa che si abbatterono principalmente su cittadini comuni. Si insiste sulla necessità di sostenere che tutto questo servisse a sostenere con la forza lavoro l’economia in crescita del GULag. Tuttavia rispetto agli anni 1937-1938 anche questa spiegazione non funziona. La maggior parte dei 700.000 fucilati e torturati nel corso delle inchieste era costituita da persone in età da lavoro. Venivano semplicemente uccisi e non inviati nei campi del GULag.

Sembrano più convincenti gli storici che collegano le operazioni di massa alla minaccia della guerra che aveva cominciato a farsi sentire. Effettivamente si può notare uno sviluppo sincronico fra le repressioni in URSS e un aggravamento della situazione mondiale, con la rimilitarizzazione della Renania, la guerra in Spagna, il crescendo dell’aggressività di Hitler. Della minaccia da parte di nemici interni in caso di guerra parlarono molto nel 1937-1938 i leader sovietici, innanzitutto Stalin. Anche il contenuto dei decreti che regolavano le operazioni di massa dimostrava il tentativo della dirigenza staliniana di liquidare un’immaginaria “quinta colonna”. È il caso di ricordare che il concetto stesso di “quinta colonna” era apparso poco prima, nel 1936, nella Spagna piombata nel pieno di una guerra civile. Anche gli stessi agenti dell’NKVD, all’interno del proprio ambiente, spiegavano le operazioni di massa con la necessità di prepararsi alla guerra. Uno dei capi delle direzioni regionali dell’NKVD descriveva ai suoi sottoposti le cause dell’esplosione del terrore in questo modo: «L’URSS è in guerra con il Giappone, presto inizierà la guerra con la Germania. […] Il governo ripone la propria fiducia nell’NKVD per purgare il Paese dall’elemento straniero […] Perciò è necessario fucilare nell’Unione Sovietica fino a 5 milioni di persone». Si trattava ovviamente di una cifra immaginaria (in tutto nel 1937-1938 furono fucilati circa 700.000 “nemici”), tuttavia questa spiegazione chiarisce l’essenza dello stato d’animo dei čekisti. Con gradi diversi di sincerità essi si sottomisero alle direttive di Stalin, tutto preso dalla mania di scovare e distruggere i nemici. Ma i milioni di vittime del terrore erano veramente nemici? Diede una risposta a questa domanda lo studio dei fascicoli dei condannati, che iniziò già sotto Stalin e raggiunse dimensioni significative dopo la sua morte. Molti degli arrestati del 1937-1938 (come anche di altri periodi) furono riconosciuti non colpevoli. Le cospirazioni e la “quinta colonna” esistevano nella mente di Stalin e dei suoi compagni, ma non erano affatto reali.

Nel concludere questa breve rassegna relativa ai dibattiti sulle cause del “Grande terrore”, possiamo sottolineare che in realtà tra i sostenitori di punti di vista diversi non ci son poi così tante divergenze. In linea di massima tutti sostengono che il terrore del 1937-1938 sia stato una serie di azioni centralizzate e dirette dal Cremlino e che il loro principale ispiratore e motore sia stato Stalin. Sulle motivazioni di Stalin e sulla sua specifica concezione della realtà si possono poi costruire varie ipotesi.

Il mito secondo cui “Stalin non c’entra”
A prima vista la tesi riguardo a una esclusiva centralizzazione del terrore e al fatto che il suo principale fautore sia stato Stalin potrebbe sembrare banale e non degna di essere ricordata. Effettivamente per molti decenni nessuno, a partire da chi aveva vissuto durante il “Grande terrore”, l’aveva messa in dubbio. Fu negli anni Ottanta che alcuni storici revisionisti occidentali lanciarono una sfida a questi principi. Giovani e ambiziosi, chiaramente intenzionati a irritare i padri fondatori della sovietologia, questi storici lanciarono affermazioni provocatorie: sostenevano che il terrore avesse un carattere spontaneo, che Stalin avesse avuto una parte marginale e che la responsabilità fosse della burocrazia sovietica che manipolava il potere centrale ecc. A sostegno di queste nuove versioni non veniva portata alcuna prova seria e in effetti sarebbe stato impossibile farlo. L’effetto di novità fu ottenuto grazie ad affermazioni scandalistiche e a una trattazione troppo libera di fatti noti. Nata come un’ennesima moda storiografica, questo filone inevitabilmente si esaurì dopo l’apertura degli archivi, poiché i documenti dimostrarono la sua completa infondatezza.

Tuttavia dopo pochissimo tempo il vessillo dei revisionisti occidentali fu portato anche in Russia. Il primo a farlo fu Ju. N. Žukov, autore di una serie di pubblicazioni sull’“altro Stalin”, nelle quali prese in prestito dai revisionisti le loro idee e le posizioni principali, già confutate dalla storiografia scientifica. Žukov portò alla sua logica conseguenza l’idea che Stalin non avesse partecipato al terrore. Il suo “altro Stalin” appare come un democratico che sognava di donare al paese la libertà e una reale costituzione, ma che fu obbligato a sottomettersi ai segretari regionali di partito. Furono questi ultimi, mossi dai loro spietati interessi, a imporre al povero Stalin la politica del “Grande terrore”. In realtà come questi funzionari spaventati, che poi furono completamente eliminati, abbiano potuto nel concreto far pressioni su Stalin non è spiegato da Žukov né dai suoi seguaci, che si limitano a fare allusioni e a dare interpretazioni dubbie di documenti casuali che non hanno nulla a che fare con la questione. Il fatto che i segretari regionali, che secondo loro avrebbero fatto pressioni su Stalin, siano stati fucilati ancora prima che le operazioni di massa avessero raggiunto il loro culmine, non sembra turbare gli inventori di questi miti. Il risultato è che per loro il terrore fu organizzato da funzionari corrotti morti e non da Stalin, che si trovava nel pieno delle forze, e dai suoi aiutanti.

Nella bizzarra situazione politica della Russia di oggi questi schemi assurdi hanno avuto grande successo. Internet e gli scaffali delle librerie russe sono pieni di varie rimasticazioni e variazioni di questi miti. E solo per mettere in guardia da questo inganno i lettori che effettivamente pensano mi è toccato dare così tanto spazio a queste pubblicazioni e dichiarazioni che in realtà non meriterebbero alcuna attenzione.

Bisogna dire che lo stesso Stalin non accusò mai i segretari di Partito che poi uccise di aver ecceduto nelle operazioni di massa: sarebbe stato troppo anche per la macchina di propaganda staliniana. A differenza degli scrittori odierni, Stalin sapeva bene che i dirigenti della maggior parte delle regioni del paese, a cui i revisionisti attribuiscono il terrore, erano stati arrestati ancora prima dell’inizio delle operazioni di massa. La dirigenza staliniana diede la responsabilità del terrore ai «nemici del popolo infiltratisi negli organi dell’NKVD». A metà del novembre 1938 le operazioni di massa si conclusero in modo centralizzato così come erano iniziate, attraverso risoluzioni speciali del Politburo. Il 24 novembre fu sollevato dall’incarico di Commissario del popolo degli Affari Interni Nikolaj Ežov, che ben presto fu arrestato e fucilato. Nuovo capo dell’NKVD divenne l’ennesimo personaggio proposto da Stalin, Lavrentij Berija. Iniziò così la fase di uscita dal terrore, che è anch’essa negli ultimi tempi oggetto di attenzione da parte degli storici.

Questa nuova svolta – “il ristabilimento della legalità socialista”, come si diceva allora – richiedeva una certa guida organizzativa e ideologica. Lo scopo delle autorità era di allontanare dai reali colpevoli della tragedia, cioè i quadri dirigenziali del Paese, lo scontento sociale che si era accumulato nel periodo del terrore. Un elemento importante della campagna di uscita dal terrore fu la liberazione, compiuta a titolo dimostrativo, di una minuscola parte di arrestati. Ebbero maggiori possibilità di essere liberati coloro che alla fine del 1938 si trovavano ancora sotto inchiesta, mentre praticamente non vennero riesaminati i fascicoli di chi era stato fucilato. Inoltre, il fatto stesso che fossero stati fucilati veniva tenuto nascosto ai parenti.

Una parte importante della campagna di uscita dal terrore fu l’ampliamento della lista dei capri espiatori e dei colpevoli dei soprusi. Oltre ai “nemici infiltratisi fra le fila dell’NKVD”, il regime staliniano attribuì la responsabilità delle repressioni di massa ai cittadini comuni, dichiarando che fra di loro c’erano dei calunniatori che scrivevano delazioni contro le persone oneste. Alcuni di questi “calunniatori” furono condannati in modo dimostrativo e le informazioni relative a processi di tal genere vennero fatte circolare negli organi di stampa centrali.

Il mito delle delazioni
Fu proprio allora che nella coscienza di massa si fissarono due miti. Il primo sosteneva che le repressioni di massa si identificassero con la ežovščina, ovvero fossero interamente un’iniziativa di Ežov e dei suoi sottoposti. Il secondo mito invece vedeva una causa importante del terrore nei delatori che facevano girare il volano degli arresti. Se il primo mito in gran parte è stato gradualmente superato, al secondo è stato riservato un destino duraturo. Si può dire che sia ampiamente diffuso ancora oggi, sebbene non sia quasi stato oggetto di ricerche approfondite. Gli storici che per lungo tempo hanno lavorato sui materiali ufficiali disponibili sono stati influenzati dalle notizie riguardanti manifestazioni e riunioni che stigmatizzavano i nemici del popolo e richiedevano di essere sempre più vigili. La logica di tali considerazioni era troppo semplice: se le persone a milioni alzavano la mano alle manifestazioni, significa che milioni di persone parteciparono effettivamente allo smascheramento dei nemici e scrissero delazioni uno contro l’altro. La concezione del “terrore dal basso” era talvolta confermata da testimonianze memorialistiche riguardo alla presenza di delazioni che, senza dubbio, esistevano e non in piccola quantità.

I primi seri dubbi riguardo alle delazioni vennero agli storici agli inizi degli anni Novanta, quando per un breve periodo furono resi accessibili i materiali delle inchieste degli anni 1937-1938. Si scoprì così che i principali materiali d’accusa erano le confessioni ottenute durante l’inchiesta, mentre nei fascicoli era molto raro incontrare dichiarazioni e delazioni come prova di colpevolezza dell’arrestato. Un’analisi approfondita dei meccanismi del “Grande terrore” riuscì a spiegare completamente le cause di questa situazione. L’organizzazione delle operazioni di massa del 1937-1938 non prevedeva che si usassero in modo diffuso le delazioni come motivo fondante degli arresti. Gli elementi antisovietici venivano arrestati inizialmente sulla base delle cartoteche dell’NKVD e poi sulla base di deposizioni ottenute a forza durante l’inchiesta. Avendo avviato la catena degli interrogatori con l’utilizzo delle torture, i čekisti avevano una sovrabbondanza di “nemici” e non necessitavano delle soffiate dei delatori. Alla fine del 1937 Ežov inviò all’NKVD delle regioni una disposizione con la richiesta di dare comunicazione dei complotti scoperti con l’aiuto di operai e lavoratori del kolchoz. I risultati furono deludenti. Un tipico testo cifrato arrivò il 12 dicembre del 1937 dal capo dell’UNKVD di Omsk: “Nessun caso è stato scoperto per iniziativa dei lavoratori del kolchoz e degli operai di organizzazioni spionistiche e di sabotaggio di stampo trockista e buchariniano o di altre organizzazioni”.

Dunque il terrore staliniano e le delazioni di massa furono fenomeni legati fra di loro, ma in larga misura autonomi. Acquisendo sempre più importanza con  l’aumentare del terrore, le delazioni furono indubbiamente la base per un certo numero di arresti. Tuttavia i veri motivi dell’escalation del terrore, i suoi scopi e i suoi orientamenti non erano determinati affatto dall’attivismo della popolazione, ma dai piani e dai decreti degli alti dirigenti del Paese e dall’attività degli organi repressivi, che erano stati programmati per fabbricare inchieste contro organizzazioni controrivoluzionarie di massa e ramificate.

Il fatto che il mito delle delazioni generalizzate come forza motrice del terrore sia così resistente può essere uno degli indicatori della relativa efficacia della propaganda staliniana. Suggerire idee false, tuttavia, fu molto più semplice che superare le profonde conseguenze del “Grande terrore”. La più nota fra queste conseguenze fu l’indebolimento dell’Armata Rossa alla vigilia della guerra. Molti storici dimostrano chiaramente che gli arresti di massa e i licenziamenti dei comandanti non solo privarono l’esercito di una parte dei suoi capi più esperti, ma instillarono nei comandanti sopravvissuti un forte senso di insicurezza e il terrore di prendere qualsiasi iniziativa, minando così la disciplina militare. Un’altra dimostrazione del carattere distruttivo del terrore è vista da molti storici nel collaborazionismo di massa del periodo bellico. Questo fenomeno, così come in generale la condizione morale della società sovietica, deformata dalle repressioni, diventa sempre più oggetto di ricerche storiche. Gli esperti di storia dell’economia hanno evidenziato come nel 1937 in URSS sia iniziata una grave crisi economica e un crollo della produzione industriale. Tra le cause  ci furono gli arresti di massa dei lavoratori di formazione tecnica e ingegneristica, l’abbassarsi del livello qualitativo della dirigenza e il crollo della disciplina sul lavoro. In una grave crisi si trovò, fra il 1937 e il 1938, anche il settore del GULag dell’economia sovietica che, in teoria, avrebbe dovuto trarre vantaggio dalle repressioni di massa. Le ricerche negli archivi hanno invece dimostrato che il sistema dei campi non riuscì a “impadronirsi” degli enormi flussi di detenuti. Il risultato fu la disorganizzazione dei lager, una mortalità di massa dei detenuti e un notevole crollo degli indici economici relativi al lavoro forzato.

Questo breve elenco è solo la punta dell’iceberg. Il problema delle conseguenze del terrore ha un carattere onnicomprensivo perché non è esistito un solo campo della vita economica e sociale che non sia stato toccato da arresti e fucilazioni di massa. Lo studio di questi problemi è uno dei compiti a lungo termine che attende gli storici della società sovietica. Sembrerebbe un compito puramente scientifico, ma – come si intuisce sempre più spesso – è molto di più.

Oleg Chlevnjuk è un ricercatore del Centro internazionale di storia e sociologia della Seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze, professore della Scuola di scienze storiche presso l’Alta Scuola di Economia di Mosca.


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