con il contributo della Fondazione Cariplo

Il fenomeno del «Grande terrore» [Parte 1]

Sezione: Approfondimenti: Attualità, News

Pubblicato su “Vedemosti” n.4353 del 30.06.2017 [link all'articolo in russo]
Traduzione di Giulia De Florio e Elena Freda Piredda

Il fenomeno del «Grande terrore»

Lo storico Oleg Chlevnjuk racconta come vennero organizzate le repressioni di massa del 1937-1938.

Se trasferiamo su un grafico i dati circa gli arresti e le fucilazioni di massa nell’Unione Sovietica di Stalin vedremo formarsi una curva che presenta dei picchi in alcuni periodi. In altre parole, se il terrore di Stato fu dilagante durante tutti gli anni di governo di Stalin, in determinati momenti fu eccezionalmente pervasivo ed efferato. Uno di questi archi temporali è il “grande terrore” del 1937-1938, di cui ricorre quest’anno il triste, 80esimo, anniversario.

È difficile immaginarsi un connazionale che non abbia sentito parlare del ’37. Altra cosa è invece il contenuto che ciascuno inserisce in questo concetto. Molto dipende dalle preferenze politiche e dal livello di competenza. Per molto tempo anche tra gli storici ci sono state grandi discussioni intorno al “grande terrore” del 1937-1938. Oggi però la storiografia scientifica si trova perlopiù su posizioni concordi, basate su un attento studio degli archivi.

Per capire il salto di qualità delle nuove conoscenze acquisite è utile fare un confronto tra l’interpretazione del ’37 formulata durante il governo di Chruščev e quella attuale. “La denuncia del culto della personalità di Stalin” di epoca chruščeviana fu una campagna politica che lasciò una profonda traccia nella coscienza storica della nostra società. Sulla scia di Chruščev ancora adesso molti guardano al “grande terrore” come all’annientamento di alcune élite: funzionari di partito, ingegneri, militari, scrittori etc… La realtà tuttavia è ben diversa. Come mostrano le ricerche odierne tra il 1937 e il 1938 furono arrestati almeno 1,6 milioni di persone, 680.000 delle quali vennero fucilate.

Tra questi i funzionari statali di vario livello rappresentano solo alcune decine di migliaia. Le vittime del terrore furono in gran parte semplici cittadini sovietici, persone che non occupavano alcun incarico di governo né di Partito.

Chiarire la cifra reale delle vittime è il punto di partenza fondamentale per comprendere l’essenza del “grande terrore”. A colpire in primo luogo è la portata del fenomeno. Tenendo conto che le repressioni raggiunsero il culmine in poco più di un anno (dall’agosto del 1937 al novembre del 1938) vuol dire che ogni mese venivano arrestate circa 100.000 persone di cui 40.000 erano poi fucilate. Fino all’apertura degli archivi sembrava che questo incredibile concentrato di violenza e crudeltà fosse disorganizzato e i suoi meccanismi rimanessero inspiegabili. Nel 1992 però i documenti resi accessibili dimostrarono che il terrore del 1937-1938 era stato pianificato come ogni altro meccanismo del sistema sovietico. Come venivano approntati e approvati i piani di Stato per la produzione di acciaio o di giocattoli per bambini, così avveniva per l’uccisione di persone. Ulteriori ricerche d’archivio hanno permesso di studiare nel dettaglio l’intera catena del terrore, a partire dai vertici.

In breve, i documenti individuano nel “grande terrore” due componenti di diversa entità. La prima, che in prospettiva ha una scarsa rilevanza, è costituita dall’annientamento delle élite. Veniva eseguita attraverso comuni entità giuridiche che ricevevano istruzioni dirette dall’alta dirigenza del Paese per emettere la sentenza: fucilazione o internamento in un lager.

Sono venute alla luce 383 liste per l’arresto e la fucilazione di 40.000 funzionari sovietici, approvate da Stalin e dai suoi fedelissimi. Sulla base di queste liste il tribunale emetteva le sentenze formali. L’apice di questo sistema di distruzione della nomenklatura e della vecchia guardia bolscevica furono i famosi processi pubblici di Mosca a Zinov’ev, Kamenev, Bucharin, Rykov e ad altri esponenti del Partito.

La seconda componente del “grande terrore” è rappresentata dalle cosiddette “operazioni di massa” che, coinvolgendo più di un milione di persone, sono il vero motivo per cui il terrore del 1937-1938 si può definire “grande”.

Negli ultimi anni gli storici hanno concentrato gran parte dei propri sforzi sullo studio delle operazioni di massa. Si è potuto così dimostrare che fu senza dubbio la dirigenza del Paese (più precisamente Stalin) a decidere di portare avanti le operazioni di massa, la più imponente delle quali – contro i cosiddetti “elementi antisovietici” – venne preparata nel giugno-luglio 1937 ed ebbe inizio ad agosto. L’idea principale di tale operazione era di liquidare fisicamente o tramite l’isolamento nei lager i gruppi della popolazione che il regime staliniano considerava potenzialmente pericolosi: gli ex kulaki, gli ex ufficiali zaristi e della guardia bianca, gli ecclesiastici e gli ex membri di partiti ostili ai bolscevichi, come i social-rivoluzionari (esery), i menscevichi e molti altri “sospettati”. Nel corso di molti anni gli organi di sicurezza dello stato sovietico avevano tenuto conto di queste categorie “ostili”. Nell’estate del 1937 si decise di andare oltre il semplice controllo e gli arresti periodici dei “sospettati”, come accadeva in precedenza, e di liberarsi di loro una volta per tutte.

Con questo intento il 30 luglio 1937 il Politbjuro approvò l’ordine operativo del Commissario del popolo per gli affari interni № 00447, secondo il quale tutti gli “elementi antisovietici” da reprimere venivano divisi il due categorie: la prima destinata all’arresto immediato e alla fucilazione; la seconda sottoposta all’internamento nei lager o in prigione con una pena detentiva dagli 8 ai 10 anni. In ogni regione, provincia e repubblica venivano messi a punto simili piani di repressione per ciascuna categoria. In questa prima fase si ordinò l’arresto di circa 270.000 persone, di cui 70.000 destinate alla fucilazione (tra cui 10.000 detenuti nei lager). Anche le famiglie dei “nemici del popolo” potevano essere sottoposte alla detenzione nei lager o all’espulsione. Per decidere il destino degli arrestati nelle regioni, province e repubbliche dell’Unione Sovietica era stato approntato un organo extragiudiziario: la trojka. Di questo triumvirato faceva parte di norma un commissario del popolo o un dirigente dell’NKVD, il segretario dell’organizzazione di Partito locale e il procuratore della repubblica, regione o provincia in questione. La trojka riceveva diritti eccezionali. Nei limiti fissati dai piani approvati a Mosca per ciascuna regione, provincia o repubblica, ogni trojka emetteva sentenze e dava l’ordine per la loro immediata esecuzione – incluse le fucilazioni – senza possibilità di appello.

È importante sottolineare che l’ordine № 00447, in base alla quale venne effettuata una significativa parte della repressioni nell’anno e mezzo seguenti, conteneva tutti i presupposti per spingere di fatto i dirigenti e i čekisti verso un’escalation di terrore. L’ordine dava loro il diritto di chiedere a Mosca un aumento del numero di arresti e di fucilazioni. Secondo le leggi del sistema staliniano un tale “diritto” era in realtà un obbligo. In effetti, già nel primo periodo di attuazione dell’ordine № 00447 il meccanismo di innalzamento della soglia portò alla radicalizzazione del terrore. Ecco come funzionava il sistema: dopo aver effettuato i primi arresti sulla base delle cartoteche che contenevano i nomi degli “elementi antisovietici”, presenti in tutti i distaccamenti dell’NKVD, veniva compiuta una “indagine”. Attraverso terribili torture la cui descrizione potrebbe essere oggetto di uno studio a parte, agli arrestati venivano estorte confessioni sulla loro partecipazione in “organizzazioni antisovietiche”. Tali “confessioni” facevano spuntare nuovi indirizzi per altri arresti. Sotto tortura i nuovi arrestati facevano altri nomi. Si poteva andare avanti all’infinito.

Questo tuttavia non significa che gli esecutori locali del terrore fossero al di fuori del controllo centrale. Essi dovevano chiedere il permesso a Mosca – e lo facevano – per ottenere l’aumento della soglia di arresti e fucilazioni. Senza il consenso di Mosca le operazioni di massa si sarebbero senz’altro interrotte. Mosca invece approvò quasi sempre le nuove cifre e i nuovi piani. Era Stalin in persona a occuparsene, come testimoniano gli archivi. Si sono infatti conservati un buon numero di telegrammi di Stalin, di decisioni del Politbjuro che recano la sua firma e di ordinanze a Ežov per l’autorizzazione a nuove soglie per la repressione e l’attivazione delle purghe. I materiali conservati nel fondo privato di Stalin mostrano che la gestione delle repressioni del 1937-1938 occupò una considerevole parte del tempo del dittatore. Per esempio leggeva con molta attenzione i lunghi verbali degli interrogatori che arrivavano con scadenza regolare dall’NKVD. Le numerose note e risoluzioni che appuntava su verbali degli interrogatori, oltre che sulle varie relazioni dell’NKVD e sui telegrammi, testimoniano l’attività di Stalin di questo periodo. Stalin accompagnava la lettura dei documenti con istruzioni per l’arresto di persone specifiche, aggiungendo altisonanti disposizioni: “Krasnojarsk. Comitato provinciale. L’incendio della fabbrica molitoria deve essere stata organizzato dai nemici. Prendete tutte le misure necessarie per trovare chi ha appiccato l’incendio. Condannate i colpevoli in tempi brevi. Pena: fucilazione”; “Picchiare Unšlicht perché ha coperto gli agenti regionali in Polonia”; “Al compagno Ežov. Dmitriev (capo della sezione dell’NKVD nella regione di Sverdlovsk, nda) non sta agendo in maniera risoluta. Bisogna arrestare subito tutti i membri (importanti e non) dei ‘gruppi insurrezionalisti’ sugli Urali”; “Al compago Ežov. Molto importante. Bisogna ripassare la Repubblica udmurta, dei Mari, Ciuvascia e di Mordovia. Passare con il rastrello”; “Al compagno Ežov. Molto bene! Scavate e ripulite questo schifo di spionaggio polacco”; “Al compagno Ežov. La linea degli esery (di sinistra e destra) non è stata spezzata […] Bisogna tener conto che gli esery nel nostro esercito e al di fuori di esso non sono pochi. L’NKVD ha il resoconto di quanti esery (“ex”) ci sono nell’esercito? Vorrei averlo al più presto […] Che cosa è stato fatto per la denuncia e l’arresto di tutti gli iraniani a Baku e in Azerbajdžan?”. Di esempi simili non se ne conta il numero. Per concludere questa rapida presentazione è bene rilevare che nel 1937-1938 per la prima volta Stalin smise di lasciare Mosca per andare in vacanza, benché nei 14 anni precedenti andasse ogni anno al sud per qualche mese, tra l’estate e l’inizio dell’autunno. L’organizzazione del terrore occupava ora tutti i suoi pensieri e le sue forze.

In seguito alle pressioni del potere centrale e alle concomitanti iniziative sul posto le dimensioni del terrore aumentarono a dismisura. Il numero di arresti e fucilazioni dovute all’operazione contro gli “elementi antisovietici” secondo l’ordine № 00447 superò di gran lunga i piani originariamente approntati. Altre operazioni di massa seguirono lo stesso canovaccio: quelle contro i “contingenti nazionali controrivoluzionari” o le “operazioni nazionali”. Anch’esse erano pianificate e controllate dal centro. Gli elenchi dei “controrivoluzionari nazionali” condannati, i cosiddetti “album”, venivano compilati sul posto e mandati a Mosca per la ratifica. Oltre una decina di operazioni di questo genere si abbatté sui cittadini sovietici di varie nazionalità: polacchi, tedeschi, rumeni, lettoni, estoni, finlandesi, grechi, afghani, iraniani, cinesi, bulgari, macedoni. Un’operazione speciale venne diretta contro i “harbin”, ex addetti della ferrovia cinese orientale, che erano tornati in URSS dopo la cessione forzata della ferrovia orientale cinese al Giappone nel 1935. Tutte queste categorie di popolazione erano viste dalla dirigenza di Stalin come terreno fertile per lo spionaggio e il collaborazionismo. Con la stessa motivazione fu permessa l’espulsione della popolazione coreana dell’Estremo Oriente russo. 170.000 coreani sovietici vennero deportati in Kazachstan.

Il “grande terrore” in sostanza è il risultato delle operazioni contro gli “elementi antisovietici” e delle “operazioni nazionali”. Proprio tali operazioni connotarono le repressioni degli anni 1937-1938 in modo particolarmente violento, assumendo un carattere di massa. Dopo tale scoperta gli storici si sono posti una logica domanda: quale è stato il motivo delle operazioni di massa, vale a dire, quali sono state le ragioni del “grande terrore”? Lo ripeto: non le ragioni di tutte le repressioni staliniane, ma dell’ondata del 1937-1938, delle operazioni di massa, dell’arresto di oltre un milione di persone e della fucilazione di 680.000 cittadini.

Intorno a questa domanda il dibattito è aperto. Di questo e di alcuni miti e conseguenze del “grande terrore” si parlerà nella seconda parte dell’articolo.

Oleg Chlevnjuk è un ricercatore del Centro internazionale di storia e sociologia della Seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze, professore della Scuola di scienze storiche presso l’Alta Scuola di Economia di Mosca.


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