con il contributo della Fondazione Cariplo

Dissidenty di Gleb Morev

Sezione: Letture

Dissidenty
di Gleb Morev , Ast ,2016

Il libro raccoglie 20 interviste a dissidenti del periodo soviedtico, dagli anni ’50 agli anni’80. Sono le testimonianze di dissidenti di diverse generazioni, con convinzioni politiche diverse e destini diversi.
Riportiamo qui l’intervista al dissidente Sergej Grigorjanc, tradotta da Leo Bourtsev.

Sergey Ivanovich Grigoryants (12 maggio 1941, Kiev) – giornalista, studioso di letteratura, collezionista. Dal 1963 al 1965 ha studiato alla facoltà di Giornalismo dell’Università di Mosca (espulso per motivi politici), ha organizzato lì il club letterario “Poeti Dimenticati”.

Il 4 marzo del 1975 venne arrestato e il 25 settembre fu condannato dal Tribunale di Mosca a 5 anni di lavori forzati secondo l’articolo 190-1 e 154, parte 2 del Codice Penale dell’Unione Sovietica. Ha scontato la condanna nella colonia penale della regione di Yaroslavl, nel carcere “Chistopolsky” e nel carcere “Verhneuralsky”. Dopo la liberazione ha vissuto nella città di Borovsk, nella regione di Kaluga. Tra il 1982 e il 1983 è stato il redattore di una rivista in favore dei diritti umani, “Bulleten B”, pubblicata clandestinamente. Venne nuovamente arrestato il 18 febbraio del 1983, il 26 ottobre condannato dal tribunale della regione di Kaluga, secondo l’articolo 70 del Codice Penale dell’Unione Sovietica a 7 anni di lavori forzati e 3 anni di confino. Ha scontato la pena nel carcere “Chistopolsky”. Venne liberato il 6 febbraio del 1987.

Tra il 1987 e il 1990 fu redattore capo della rivista indipendente “Glasnost”. Negli anni ’90 è stato presidente del fondo per difesa dei diritti umani “Glasnost”. Vive a Mosca.

Sergey Grigoryants:

“In un’atmosfera ostile, con così tanti delatori, essere scoperti è inevitabile”

- “Tra le azioni e i movimenti dell’epoca sovietica, a suo avviso, quali sono da intendersi collegati all’attività dei dissidenti e quali no?”

Avete leggermente sbagliato destinatario della domanda. Ormai da molto tempo, sia per interesse personale sia per libri e articoli che sto scrivendo, mi impegno a rispondere, tra le altre, anche a questa domanda. Però lo faccio da ricercatore e non da protagonista già dai primi anni, fin dalla nascita del movimento dissidente in Unione Sovietica. E, comunque, non mi piace molto l’espressione “attività dissidente”. Mi sembra assai più preciso il termine che hanno usato Andrey Amalrik e poi Sergey Soldatov – qui c’è questo suo libro del 1970, “Programma del Movimento Democratico in Unione Sovietica”. E quello che noi chiamiamo “movimento dissidente” in Russia è una sua parte molto più ristretta, limitata nel tempo e nel numero dei componenti. Mentre il movimento democratico era qualcosa che esisteva davvero. Come d’altronde l’attività dissidente, che ne è parte.

Purtroppo nessuno tra gli storici o tra i partecipanti al movimento dissidente che conosco si rende conto del fatto che esso dipendeva strettamente dalla situazione al Cremlino. Però, dato che, come diceva Churchill, al Cremlino “tutti giocano sotto un tappeto”, nessuno dei dissidenti lo capiva veramente.

- “Crede che il movimento democratico in Russia, di cui faceva parte l’attività dissidente, sia stato soltanto una proiezione dei cambiamenti interni al potere?”

No, no. Succedeva anche così, ma spesso capitavano circostanze anche assai più complesse, e comunque ora parlo d’altro. Sto semplicemente dicendo che la posizione stessa del movimento democratico, questa oppressione a cui era, o non era, sottoposto a seconda dei momenti (e anche questo è molto interessante da approfondire), erano in realtà collegate con dei chiari e seri cambiamenti politici che avvenivano nell’amministrazione dell’Unione Sovietica.

- “Come può datare l’ampio movimento democratico in Russia, che confini pone a livello cronologico?”

Un movimento democratico relativamente ampio comincia nel 1957 come conseguenza dell’insurrezione ungherese del 1956 che, in realtà, ha suscitato in Unione Sovietica una reazione enormemente maggiore rispetto a quella causata dai più noti avvenimenti del 1968 in Cecoslovacchia. Prima di quel periodo, nella seconda metà degli anni ’30, negli anni ’40 e nella prima metà degli anni ’50, certamente, sono noti veri gruppi politici di opposizione, scolastici e universitari, due dei quali (in uno c’era il giovane e geniale fisico Landau) li ha denunciati il brillante poeta Pavel Kogan, delatore professionista dell’NKVD. Ma, evidentemente, di questi gruppi prima dell’insurrezione di Budapest non ce n’erano molti. Gli atti di protesta, non organizzati, ma molto numerosi, che sostenevano ai combattenti in nome della libertà sono stati in gran parte il diretto risultato dell’atmosfera di rinnovamento e dell’allegra attesa di cambiamento che regnavano in Unione Sovietica fin dal 1954-55.

- “E’ stato testimone degli umori di protesta o delle attività clandestine, causate dai fatti del 1956?”

No. Non potevo essere testimone, o, più precisamente, protagonista di queste attività. Avevo 15 anni. Però compravo assiduamente il giornale jugoslavo “Bor’ba”, che è diventato limitatamente accessibile nell’URSS e cercavo di capire qualcosa nelle comunicazioni dei serbi.

 

- “Ma conosceva persone che vi hanno partecipato?”

Sì, certo, le conoscevo. Quando sono stato arrestato nel 1975, sono stato compagno di cella (n. 129), nel penitenziario “Matrosskaya Tishina”, di Yury Anokhin. Egli, poeta, che aveva studiato qualche anno prima di me nella facoltà di Giornalismo all’Università di Mosca, all’inizio del 1957 all’assemblea dei giovani comunisti declamava questi versi: “Magiari, magiari, siete miei fratelli. Sono con voi – il vostro fratello russo…” – qualcosa del genere. E per questo si è fatto i suoi bei 5 anni di carcere. Per me era il primo arresto, per Yury invece era già il secondo.

 

- “Lui era uno di quelli che si sono avvicinati al movimento democratico nel 1957, fin dall’inizio?”

Non era un movimento. Era un’attività democratica, ma molto efficace, molto conforme allo spirito dell’epoca. Si trattava di singole persone che alle manifestazioni del Primo

Maggio esponevano striscioni in sostegno dell’Ungheria e marciavano con questi striscioni in bella vista. C’erano persone che tenevano discorsi pubblici alle assemblee per la difesa dell’Ungheria. Insomma, anche dai materiali degli archivi sovietici, pubblicati in parte, e non solo dalla mia conoscenza con Yury Anokhin, si vede quanto questo fenomeno fosse forte. Esso ha messo Khrushchev nelle condizioni di contenere la riduzione del numero degli agenti del KGB e del Ministero dell’Interno e addirittura di avanzare una serie di richieste per il rafforzamento del lavoro ideologico e di aumentare la responsabilità penale in caso di altri atti di protesta. Ad esempio Vladimir Muravyov, oggi più noto come amico di Venedikt Erofeev, non a caso si ricordava che a quei tempi si era formato il loro gruppo, e anche quello di Lev Krasnopevtsev, pure quello studentesco, ma loro non si conoscevano (c’erano tanti altri gruppi, specialmente a Leningrado). Tutti loro erano figli dei fatti ungheresi. Cosa molto curiosa, Muravyov parla del suo gruppo, ma neanche lui conosce quanti esattamente vi aderivano, per un sistema di segretezza introdotto fin dall’inizio.

Loro disponevano di una scorta di armi alquanto grande! Eppure né Muravyov né gli storici esperti del movimento democratico capiscono quale legame avesse con i cambiamenti nell’Unione Sovietica. Nessuno analizza il ruolo effettivo di Khrushchev. Ma a quei tempi, dopo 40 anni di potere sovietico e dei suoi misfatti, il popolo russo (e, soprattutto, l’intellighenzia russa) si era reso conto del fatto che a nessuno di “quelli lì” si può credere, che sono tutti banditi. Quindi le azioni di Khrushchev, anche quando non erano segrete, anche quando se ne scriveva, non erano considerate da nessuno come qualcosa di serio, reale, che cambiasse l’essenza del regime sovietico. Intanto, proprio gli anni di Khrushchev sono stati l’unico momento in cui il KGB non ha governato il paese, anzi non ha avuto proprio alcun rapporto con il potere. Tutti si sono ormai dimenticati che il capo del KGB Semichastny… che ne pensate, che rapporto aveva con il partito?

 

- “Era candidato membro del Politburo?”

Era candidato del Comitato Centrale! E anche nel Comitato Centrale non aveva voce in capitolo. Candidato del Politburo, poi anche membro, è stato Andropov, ma questa è una fase completamente diversa della storia russa.

 

- “Lei vuole dire che c’è un legame diretto tra l’indebolimento dell’influenza del KGB e la comparsa del movimento democratico?”

Sì, certo. Ma non si può ridurre tutto solo a questo. Erano scelte consapevoli di Khrushchev. Non era un desiderio spontaneo del KGB. Khrushchev, da una parte, ha posto a capo del KGB un suo uomo di fiducia, un delinquente indiscutibile, il generale Serov. Ma, dall’altra, già nel 1954 era stato cancellato il 4°direttorato, che si occupava dell’intellighenzia. Poi era stato ricreato come 5°direttorato, ormai con Andropov.

Era stato diminuito di decine di volte il numero di agenti sia del KGB sia del Ministero dell’Interno. E pensare che prima del governo Khrushchev, solo per il Ministero dell’Interno si prevedeva la presenza di un informatore su ogni scala di ogni piano di ogni palazzo, su ogni pianerottolo. E ancora, era stato pubblicato un articolo non chissà dove, ma addirittura sulla “Pravda”, in cui si spiegava con dovizia di particolari che non andava bene scrivere delazioni, che queste non sarebbero state prese in considerazione. Questo quindi era un programma, esposto da Khrushchev, ancora nel 1953, in una seduta del KGB a partecipazione allargata, per cambiare completamente il ruolo dei servizi segreti nella vita del paese.

Quando abbiamo parlato dei fatti ungheresi, ho menzionato il gruppo armato di Muravyov, di cui lo stesso Muravyov non era il capo. Vi ho anche detto di quanto lui fosse ingenuo. Non capiva che tutte queste cose potevano esistere solo in assenza di controlli. Certo, venivano eseguiti degli arresti. Ma erano arresti di persone che manifestavano al grido “Fuori gli occupanti dall’Ungheria!” o, come Krasnopevtsev, organizzavano assemblee all’università su questo argomento. Nel 1957 tutto il sistema di spionaggio del KGB era stato completamente cancellato. I cittadini sovietici hanno cominciato a recarsi all’estero, molti stranieri sono arrivati in Unione Sovietica. Erano i tempi del festival del Cinema di Mosca, del Concorso Internazionale Tchaikovsky. L’Unione Sovietica stava diventando un paese sempre più aperto. Questa era una gran cosa, ma nessuno lo capisce. Muravyov e il suo gruppo erano straordinariamente orgogliosi di non essere vicini ai socialisti rivoluzionari, però studiavano le opere dell’organizzazione terroristica segreta “Potere al Popolo” (Narodnaya Volya). Cospiravano a gruppi di cinque, con un eccezionale sistema di segretezza. Questo era l’unico motivo, certo, per il quale nessuno li ha scoperti. E pensare che mettevano da parte metà del loro stipendio e compravano le armi, anche i parenti lo sapevano!

Diciamo, anche io nel 1982 – già dopo Khrushchev, quando il 4°direttorato, che si occupava dell’intellighenzia, subito cancellato da Serov, non era stato ancora ricreato da Andropov come 5°direttorato – quando ho cominciato a redigere “Bulleten B” ho introdotto un sistema di segretezza, ma io non avevo alcuna illusione. Capivo che, prima o poi, ci avrebbero scoperti. Volevo semplicemente che quest’ultima fonte di informazione – appunto il “Bulleten B”, che aveva sostituito la “Cronaca dei Fatti Correnti”, che era venuta dopo i documenti del Moscow Helsinki Group, rimanendo ormai l’unica all’inizio degli anni ’80 – durasse il più a lungo possibile. Ma capivo che, in un’atmosfera ostile, con così tanti delatori, essere scoperti era inevitabile. Anche se noi le armi non le compravamo (ride). Il gruppo di Muravyov invece, all’università, era composto da giovani che traducevano libri esteri, li diffondevano e allo stesso tempo pensavano a far esplodere i comitati di quartiere. Certo che potevano esistere solo grazie al cambiamento della situazione nel paese.

Poiché gli archivi riguardo a quest’ argomento sono tuttora secretati per altri 30 anni, una figura completamente oscura rimane quella di Shelepin.

- Il “ferreo Shurik”.

Sì. Era di indole alquanto aggressiva, aveva grandi piani per il futuro. Esisteva il cosiddetto piano di Shelepin. In Unione Sovietica sarebbe apparso un leader liberale, accettato da tutta Europa, mentre l’Europa, con l’aiuto del KGB, con l’aiuto dei resti dell’Internazionale Comunista, con l’aiuto di – come era scritto nel documento – “un’accresciuta attività dell’opinione pubblica, anche religiosa” – grazie ai legami con l’estero sarebbe pian piano passata dalla loro parte. In primo luogo, l’Unione Sovietica sarebbe stata molto più accettata dall’Occidente, in secondo luogo l’Occidente sarebbe diventato molto più vicino all’Unione Sovietica. Insomma, si sarebbe formata un’Europa unita dall’Atlantico fino agli Urali.

Con questo piano erano collegati molti altri vari progetti. Questo era conforme all’idea generale. Proprio per questo e a questo proposito, Shelepin era diventato (il 25 dicembre del 1958) capo del KGB. Proprio a questa cosa era stato dedicato l’incontro di Shelepin con Khrushchev, Brezhnev e Nikolay Mironov, allora capo del sezione di Leningrado del KGB, che poi era diventato capo dell’unità amministrativa del Comitato Centrale del Partito Comunista, quindi gestore di tutti i corpi armati. Ciò corrispondeva abbastanza ai piani di Khrushchev e di Suslov, il quale li aiutava attivamente. E comunque Suslov è molto sottovalutato. A mio parere è una delle persone più decenti di tutta quella banda di delinquenti. Un delinquente anche lui, ma almeno non per tutta la vita. Così la faccenda andò avanti per qualche anno con alterne fortune. Certo che questo non corrispondeva appieno ai piani dei marescialli, che stavano preparando la guerra. C’era quindi una lotta all’interno del Cremlino. E’ proprio in relazione a questa lotta all’interno del Cremlino che succedevano questi e altri cambiamenti nel paese, anche democratici. I gruppi clandestini dei tempi di Khrushchev (in gran parte – neocomunisti) – così come i primi atti di protesta dopo Khrushchev, ai quali viene direttamente collegata la nascita del movimento dissidente (gli incontri dei membri del gruppo letterario SMOG in piazza Pushkin negli anni 1965 e 1966, le campagne di raccolta firme a difesa di Sinyavsky, Daniel e soprattutto di Y.Galanskov, Y.Ginzburg, V.Lashkova e А.Dobrovolskiy, il picchetto “Per la nostra e la vostra libertà” sulla Piazza Rossa in sostegno della “Primavera di Praga” protestando contro l’occupazione) – avevano tutti dei presupposti molto variegati e complessi. Ne scrivo in parte nell’articolo “Le quattro maschere di Andrey Sinyavsky”, un po’ analizzo questa situazione negli altri capitoli del libro inedito “Mezzo secolo di perestrojka sovietica” ed è alquanto lunga da riassumere e qui non è il posto giusto per farlo. La cosa importante è un’ altra: innanzitutto, tutti questi gruppi, avevano dei membri ancora non uniti e che non si conoscevano tra di loro. Tuttavia, per semplificare, si può dire che tutti loro sono figli del giornale “Novij Mir” e del novero di altre pubblicazioni, in realtà autentiche azioni, dell’amministrazione Khrushchev. Ad esempio, “Tyorkin na tom svete” (Tyorkin nell’altro mondo) di Tvardovskij, pubblicato su “Izvestiya”, prima di quel periodo era vietato e si diffondeva attraverso pubblicazioni clandestine e veniva stampato all’estero in edizioni antisovietiche.

L’attento Solzhenitsyn non dava niente agli editori del samizdat, ma l’importanza pubblica dell’uscita di “Ivan Denisovich” su “Novij Mir” si è rivelata assai più grande dell’uscita dei geniali “Racconti di Kolyma” di Shalamov tramite le pubblicazioni clandestine. Poi c’erano anche l’articolo di Len Karpinsky e Fedor Burlatsky “Na Puti K Prem’ere” (In cammino verso la prima teatrale) sulla “Komsomolskaya Pravda” nel 1967 e molte altre pubblicazioni della stampa ufficiale sovietica, che ancora non potevano essere divise dal movimento democratico nel paese.

Tutto è cambiato, di nuovo un po’ semplificando, con l’arrivo nel 1967 di Andropov nel KGB. Le pubblicazioni liberal-democratiche nella stampa sovietica sono state visibilmente sostituite da sempre più frequenti arresti di massa, dall’inizio della pubblicazione della “Cronaca dei fatti correnti”, dal “Comitato promotore della difesa dei diritti umani” di Pyotr Yakir” e dal “Comitato per i diritti umani”, ma soprattutto dalle conferenze stampa di Andrey Dmitrievich Sakharov, sempre più sistematiche e sugli argomenti più disparati. Quando a questo (nel 1974) si è aggiunto il “Fondo Comune per l’aiuto ai prigionieri politici” di Aleksandr Solzhenitsyn, l’unità e la formazione del movimento dissidente potevano allora considerarsi concluse. Ormai si opponeva apertamente alla politica punitiva del potere.

- “La sua adesione al movimento democratico risale, a quanto ho capito, alla seconda metà degli anni ’60, al periodo dell’inasprimento della politica interna?”

Difficile dirlo. Da una parte, già dal 1963, quindi in un’epoca relativamente liberale, ho cominciato ad organizzare all’università “Serate sulla poesia dimenticata”. In realtà erano serate dedicate ai poeti che erano stati fucilati. Anna Andreevna Akhmatova mi aveva chiesto a lungo come si svolgessero queste serate. Io gliel’avevo raccontato e lei poi aveva detto: “No, non posso tornare all’università di Mosca con questa atmosfera”. Sasha Morozov parlava di Mandelstam, intere serate erano dedicate a Oleynikov, Kharms, Ivan Pulkin e così via. A dire il vero, per quanto mi riguarda, mi hanno fatto fare queste serate per corrispondenza. Comunque, in confronto a tutte le successive repressioni, questo non era di grande importanza. Erano tempi in cui un attivismo legale, con qualche limitazione, ma conforme alla tua essenza – quella di uomo libero in un paese non libero – era ancora in qualche modo possibile.

- “In quale momento si passa – nel suo caso e nell’intero movimento – dall’attività di recupero della cultura dimenticata all’attivismo politico?”

Nel mio caso questo passaggio era completamente forzato. In primo luogo, frequentatori abituali di queste serate erano Varlam Tichonovich Shalamov, Andrey Sinyavsky, qualcun altro ancora, con i quali ero semplicemente in rapporti di amicizia. In secondo luogo, un mio sostanziale difetto, che si è manifestato chiaramente negli anni ’80 e ’90,  è stato la completa assenza di ambizioni politiche e organizzative. Ciò che è, in realtà, assolutamente necessario per una persona che ha a che fare con la politica è avere degli obiettivi personali. E io di obiettivi personali non ne ho mai avuti.

- “Questo era caratteristico di tutto il movimento?”

Di qualcuno era caratteristico, di qualcun altro no. E’ un’altra questione. Nel mio caso è successo automaticamente, mi hanno semplicemente arrestato. E, di nuovo, mi hanno arrestato non per la mia attività, se parliamo seriamente, ma semplicemente perché ci hanno provato per due anni a convincermi a collaborare con il KGB. Non ce l’hanno fatta e hanno deciso di spaventarmi un po’. Non volevano assolutamente mandarmi in carcere nel 1975. Semplicemente, li interessavano molto i miei parenti, amici e conoscenti all’estero, con i quali avevo una corrispondenza epistolare. Tra loro c’erano personalità conosciute. Nina Berberova, Aleksandr Sionsky (di NTS e “Russkaya Mysl’”), Natalie Codray, tutti gli eredi di Remizov e molti altri ancora. Anche in Unione Sovietica volevano che spiassi ad esempio persone come Nekrasov, Vladimir Maksimov, Nataliya Gorbanevskaya, insomma, un sacco di miei conoscenti. E comunque erano del parere che una persona che si occupasse dell’emigrazione russa fosse semplicemente obbligata a collaborare con loro.

- “Si è occupato dell’emigrazione dei letterati?”

Sì, ho pubblicato centinaia di articoli sull’”Enciclopedia Letteraria”: su Merezhkovsky, Minskij e così via. Inoltre avevo una convinzione interiore, che la politica nuocesse sempre alla letteratura, che non portasse altro che schifezza. Chernyshevsky che perseguitò Sluchevsky, e così via. Purtroppo, sulla mia pelle si è confermato l’aforisma “Se non ti occupi di politica, la politica si occuperà di te”.

- “Si può dire che le azioni del KGB nei suoi confronti l’abbiano resa più radicale?”

Certo, senza dubbio, al cento per cento. Mi hanno fatto notare che avevo torto, che in realtà bisognava in qualche modo agire, che la mia posizione personale, completamente libera ma politicamente passiva, fosse del tutto sbagliata. E poi dopo l’arresto ero molto arrabbiato con me stesso perché pensavo mi avessero arrestato, insomma, per niente.

- “E poi com’è andato il suo primo arresto?”

Sono stato in carcere, dall’inizio alla fine, per cinque anni. Mi cercavano di convincere per tutti i 5 anni, convincevano mia madre e la terrorizzavano. Degli ultimi tre anni, più della metà li ho passati in cella di rigore e scioperi della fame. E quando sono uscito di prigione ormai avevo capito completamente che avevo torto: bisognava agire in modo più deciso.

- “Lei è stato incarcerato in un’atmosfera: nella primavera del 1974 la “Cronaca dei tempi correnti” è apparsa pubblicamente, in tutto il mondo viene tradotto con grande successo “Arcipelago GULAG” e infine il 1975 è l’anno del Premio Nobel all’accademico Sakharov. E’ stato liberato nel 1980, in un’atmosfera completamente diversa: Sacharov viene esiliato a Gorky, è cominciata l’avventura dell’Afghanistan, le repressioni hanno quasi distrutto la “Cronaca”. Come ha visto Mosca, quando è tornato?”

Un aiuto a livello umano ai miei cari e ai miei figli lo porgeva, per conto del fondo Solzhenitsyn, Yury Shikhanovich. Sapevo che, oltre a questo, Yury stava redigendo la “Cronaca”. Infatti, proprio il primo giorno dopo la mia liberazione, sono andato a salutarlo e gli ho detto che avrei voluto dargli una mano per la “Cronaca”. E lui, per rispondermi, mi ha guardato e mi ha fatto: “Ma non volete stare in libertà per un mese almeno?” (ride). In effetti, questo era davvero un periodo di alquanto tangibile distruzione del movimento democratico. Da una parte esso mi era abbastanza chiaro nelle sue simpatie e antipatie, nei suoi gruppi, nei suoi orientamenti. Ma, dall’altra, questi ormai erano chiaramente i suoi resti. Lara Bogoraz e Anatoly Marchenko cercavano di trovarmi un appartamento nel quartiere Aleksandrov, vicino a loro.

- “Le era proibito vivere a Mosca?”

Sì, naturalmente. Mi hanno fatto sorvegliare per tre anni, quindi io vivevo sempre sotto sorveglianza. Tre anni dopo mi hanno arrestato di nuovo e mi hanno chiesto, entro un mese e mezzo, di trovare alloggio da qualche parte oltre i confini della regione di Mosca. C’era in questo un problema abbastanza fastidioso: bisognava per forza comprare la casa, non si poteva prendere niente in affitto. Perché, se sei sorvegliato, qualsiasi proprietaria di ogni appartamento, che dipende completamente dalla polizia, subito su richiesta dei poliziotti dirà che sei arrivato a casa in ritardo, come era capitato a Marchenko. E così finisci di nuovo dentro. La casa bisognava comprarla e nessuno me la voleva vendere, perché sono tornato dal carcere con caratteristiche molto negative, per la mia intransigenza. Nel quartiere Aleksandrov il capo del comitato esecutivo di quartiere (io, da pregiudicato, dovevo ottenere il suo permesso), mi aveva semplicemente detto: “Nel mio quartiere a uno come lei la casa non la vendo”.

- “Ha superato in qualche modo questa situazione?”

Sì, un po’ per caso. Mi seguivano dappertutto. Era molto spassoso – stai passando per un solitario e misero villaggio e intanto una “Volga” nera a cinque antenne volge al tuo inseguimento… (ride). Ma comunque un po’ di buon senso e un minimo di esperienza ormai li possedevo, visto che mi avevano tenuto sotto osservazione già da due anni, ancora prima dell’arresto. Infatti non ero mica sicuro che volessero fare di me solo un delatore. A giudicare da quello che hanno detto di me in seguito e dal modo in cui mi si rivolgevano, forse, avevano piani ancora più seri. Per questo motivo all’inizio mi hanno osservato per molto tempo e gli ultimi dieci mesi io e mia moglie non abbiamo più potuto ricevere la posta. Sotto gli sguardi sdegnati di tutto il nostro condominio, per circa cinque mesi un delatore ha sostato nella cabina telefonica vicino al portone. La casa era grossa, a nove piani, le cabine telefoniche (due!) stavano chissà perché solo di fianco al nostro androne, mentre negli altri androni (cinque!) non c’erano cabine. Quella spia occupava da mattina a sera una delle due cabine e faceva finta di fare delle chiamate. Provate a immaginare quanto la odiassero tutti gli inquilini!

E quindi io abbastanza facilmente, quando ne ho avuto bisogno, sono sfuggito al loro controllo. Qualcuno mi aveva detto che a Borovsk, al mercato, era affisso un avviso di vendita di una casa. Ci sono andato, ingannando i controlli e sono arrivato in quella casa… lì si sono verificate un paio di, diciamo, fortunate coincidenze. Da una parte, quella casa costava leggermente di più di quelle circostanti, quindi non riuscivano a venderla ormai da un bel pezzo. Dall’altra, un parente della defunta proprietaria della casa, suo nipote, in quel momento era vice capo della polizia di Borovsk. Aveva visto il mio certificato di scarcerazione, nel quale tra l’altro c’era anche un errore – invece dell’articolo 190 con timbro “soggetto alla documentazione riguardo al luogo di domicilio” (cioè sorveglianza), c’era l’articolo 191, cioè “arrecare lesioni corporali a funzionari di polizia”. Е lui, un maggiore tutto d’un pezzo, ha guardato me, che avevo fatto tanti scioperi della fame, che ormai stavo a malapena in piedi, e mi ha chiesto con malcelato stupore: “Ma cosa avrai mai potuto fare a un funzionario di polizia?”. E io gli avevo risposto sinceramente: “No, è un errore. In realtà qui doveva esserci l’articolo 190 (cioè articolo politico)”. Lui aveva capito tutto, ma comunque, volendo aiutare i propri parenti, aveva subito messo nel passaporto un timbro che certificava il mio domicilio in quella casa. Poi è stata invece la sede locale del KGB a lottare con me per sei mesi… Non ce la facevo proprio ad ultimare pratiche per la casa. Il notaio non mi legalizzava i documenti. Passava della gente che proponeva ai proprietari delle ingenti somme per quella casa, ma ormai io avevo nel passaporto il certificato di domicilio per quel posto. Quindi avevo un diritto di prelazione sull’acquisto. Di questo ha dovuto occuparsi, mi sembra, l’avvocato Sofia Kallistratova. Insomma, solo passando per il tribunale ce l’ho fatta a comprare quella casa.

- “Dal punto di vista economico invece? Con quali soldi l’ha comprata?”

Vede, io sono sostanzialmente diverso da tutti gli altri del mondo dei dissidenti. In famiglia abbiamo sempre avuto grosse collezioni di quadri e reperti archeologici. Io con queste sono cresciuto, ma capivo (anche quando mi volevano corrompere, ancora prima del processo), che ci sono cose più importanti delle collezioni. Quindi, senza sforzarmi più di tanto, potevo vendere qualcosa, e così ho tranquillamente fatto. Non era obbligatorio farlo, perché un bel po’ di gente comprava le case così come avevo fatto io, per costrizione,  dopo il ritorno dai lavori forzati o dalle carceri. Di solito gli amici raccoglievano soldi per questo.

- “Quanto era efficace il lavoro del Fondo Solzhenitsyn per l’aiuto ai prigionieri politici?”

Il Fondo non finanziava l’acquisto delle case, per quanto mi ricordo. O, quantomeno, non so niente di questa questione. Può darsi che aiutasse solo in parte. Semplicemente si faceva una colletta, si raccoglievano dei soldi, così come si raccoglievano anche i mobili. Io ad esempio avevo la scrivania di Vladimir Tolz, che proprio in quel momento aveva avuto il via libera per uscire dall’Unione Sovietica. Insomma, è stata proprio la sua partenza forzata a creare un problema alquanto serio al movimento di difesa dei diritti umani. Perché, mentre stavo solo cercando la casa, o l’avevo appena trovata, comunque stavo soggiornando da Lara e Anatoly Marchenko a Karabanovo. Con me sono partiti Tanya Trusova e Fedor Kizelov, che mi hanno detto: “Ci tocca chiudere “Bulleten B“. E’ l’ultima cosa che ci rimane, perché prima hanno arrestato Ivan Kovalev, ora hanno arrestato Alesha Smirnov e Vladimir Tolz invece è stato espulso”. E io ho risposto che ci avrei pensato, ma probabilmente sarei stato io a redigere “Bulleten B“. Avrei portato avanti quello che negli ultimi tempi aveva fatto Vladimir, e prima Ivan Kovalev. Ma ho detto che il mio “Bulleten B” sarebbe stato fatto in modo diverso rispetto al loro e che avevo bisogno di qualche giorno per pensarci. Lì c’erano sette persone.

- “Erano la squadra di redazione?”

Sì. C’era una squadra di redazione abbastanza articolata, ognuno di questi sette membri aveva una sua rete di corrispondenti. Io ho detto che da quel momento non sarebbero stati semplicemente fogli separati, come era con Ivan e Vladimir, che uscivano quando capita. Ci sarebbe stata una rigida periodicità, sarebbe stato pubblicato ogni 10 giorni, 3 volte al mese. Sarebbero stati presenti un frontespizio, l’indice e ci sarebbero state varie sezioni. Ma soprattutto ho detto che sarebbe completamente cambiato il sistema di raccolta e redazione dei materiali e che io non mi sarei visto di persona con nessuno dei collaboratori.

- “Ma allora come vi scambiavate i materiali?”

Lena Kulinskaya aveva un primo marito, Volodya, con il quale aveva divorziato ormai da un bel pezzo. Era proprio una persona perbene ma non aveva mai avuto nessun conflitto con il KGB, nessuno chiedeva mai di lui, non appariva da nessuna parte. Mi sono incontrato con Volodya e lui aveva detto che gli andava bene fare da corriere. E da quel momento in poi, ogni dieci giorni, lui faceva il giro tra i collaboratori, raccoglieva tutti i materiali e me li portava tutti a Borovsk. Mentre io avevo comprato una macchina da scrivere e mi ero fatto una grossa scorta di carta. A Borovsk al negozio chissà perché c’era della carta velina, molto economica e di pessima qualità, ma che a quei tempi era difficile da reperire.

Ho trovato una persona a cui stava a cuore tutta questa faccenda, che nessuno della redazione conosceva. Lui lavorava nell’istituto di ricerca, mi sembra, di Biologia, a tre chilometri da Borovsk lungo il corso del Protva. E’ stato qualche volta da me, ci siamo conosciuti a Borovsk. E poi il lavoro andava avanti abbastanza facilmente. Mettevo in ordine tutti i materiali che mi portava, li dividevo in sezioni, redigevo, ma il più delle volte riscrivevo tutto da capo. Questa persona, Viktor Bessmertnykh, ribatteva il testo a sua volta sulla propria macchina da scrivere, in sette copie, e la variante che ne veniva fuori era pronta per essere moltiplicata e mandata all’estero. Bessmertnykh non conosceva nessuno dei collaboratori di “Bulleten B” e nessuno conosceva lui.

- “Quanto è riuscita a durare la sua redazione?”

Ce l’abbiamo fatta a resistere per circa sei mesi, quindi a pubblicare sotto la mia redazione 18 o 20 numeri prima che mi arrestassero. Ma il mio arresto non era legato a questo, il KGB non ce l’ha fatta comunque a rintracciare il “Bulleten B“. Tuttavia l’arresto stesso era inevitabile in quel mondo in cui vivevamo a quei tempi. Lavoravo come fuochista in una caldaia a gas, mentre la direzione di queste caldaie si trovava a Kaluga, dove mi recavo a volte. Lì abitava Dmitry Markov, anche lui era dissidente e fotografo di professione, lavorava al museo di Kaluga. Lui aveva messo tutti gli esemplari di “Bulleten B” su un microfilm. Fedor Kizelov ha creato da me un nascondiglio sotto il pavimento, che non è stato scoperto. Come non sono stati trovati i microfilm di Dmitry, come non è stata appurata la partecipazione all’edizione di nessun collaboratore del “Bulleten”. Il KGB spiava gli affari di Dmitry, ma io l’ho capito solo quando sono uscito da casa sua. Aveva il portone che dava su un lato, le finestre davano sull’altro, e quando sono uscito e ho fatto il giro dell’edificio ho notato che lì c’era una Zhiguli con le antenne puntate.

Poi io a Kaluga avevo un secondo compito, che avevo risolto in precedenza. Avevo un amico, Sasha Bogoslovsky. Con Sasha ci conoscevano già dai tempi dell’università visto che avevamo degli interessi letterari in comune, perché lui era vicino di casa della vedova di Andrey Bely, di cui mi trovavo spesso a casa in via Nashokinsky. Ho pubblicato per la prima volta le poesie di Bely sul “Giorno della Poesia” del 1963. Sasha era una delle fonti principali nell’ambito della letteratura dell’emigrazione in Unione Sovietica, e questo ora non lo capisce nessuno. Tutto questo accadeva grazie alle relazioni amichevoli con i russi all’ambasciata di Francia. Quando è diventato chiaro che Sasha rischiava l’arresto, che bisognava portare via i libri da quella casa, abbiamo dovuto portarli non a mano, ma addirittura con le macchine… E Sasha aveva uno zio, un maggiore della polizia in pensione. Sasha diede in custodia a quello zio un’abbastanza grossa quantità di libri che non gli interessavano. In particolare, mi sembra ci fossero 20 o 25 numeri del giornale “Kontinent”, il libro di Earl Browder “Marx e l’America”, qualche numero di “Posev”, qualcos’altro ancora. Mi propose: “Se le interessa tutta questa carta straccia, prego. Prenda pure.” Proprio per questo ero passato dallo zio. Alla fine avevo una borsa piena di questi libri. E da Dmitry Markov mi hanno seguito fino al treno. Appena arrivato vedo un poliziotto, certamente mandato lì apposta, che mi si avvicina in sala d’aspetto. L’avevano mandato lì, ma non gli avevano spiegato cosa cercare. Sperava, certo, di trovare qualcosa che gli fosse immediatamente comprensibile. Se ne andò, dicendo che non c’era niente di interessante – solo libri. Ma gli fecero: “Sei uno stupido, portalo qui”. Lui mi si avvicinò di nuovo e mi disse che bisognava fare un controllo dei documenti nella stanza di servizio della polizia. Mi portò lì, dove già se ne stava un funzionario in borghese. Aprirono i libri, io li guardai con grande interesse e esclamai: “Molto interessante…”. Dissi (e molte volte poi l’ho ripetuto durante l’inchiesta e in tribunale): “Sapete, io sono un bibliofilo, ma mi piace anche bere birra. Entro in birreria, ci sono questi tavoli alti e sopra un pacchetto con dei libri. Mi incuriosisce, li metto nella borsa, ma che sorta di libri sono…” Purtroppo, questo discorso non ha funzionato neanche un po’ (ride). Mi hanno arrestato immediatamente. Addirittura mi hanno mandato non nel carcere giudiziario, ma subito in prigione. Dopo mi hanno perquisito la casa, ma tranne questo zaino gli inquirenti non sono riusciti a prendersi niente. Non sono riusciti a trovare il nascondiglio che aveva costruito Fedor, in cui c’era uno zaino pieno di relazioni dei corrispondenti. Per queste relazioni, sicuramente, avrebbero potuto arrestare non so quanta gente – probabilmente, alcune centinaia di persone, oltre ai collaboratori di “Bulleten B“. Il nascondiglio, si vede, era stato costruito in maniera veramente professionale. Nella mia casa, come in ogni abitazione di campagna, c’erano una stufa e uno scantinato. Era una stufa russa, poi rivestita di mattonelle smaltate. Ovviamente, nello scantinato c’era il basamento di mattoni di questa stufa. Fedor Kizelov fece un lavoro di muratura dalla stufa al muro, che continuava la linea di questo basamento ed era indistinguibile da esso. Ci si poteva intrufolare in questo nascondiglio solo da sopra, dove in effetti c’erano due assi che si potevano togliere dal pavimento. Ma proprio su queste assi dal muro alla stufa erano sempre buttati degli stivali sporchi e poi quelle due assi là, che non si distinguevano da tutte le altre, non destavano alcun sospetto. Quindi dallo scantinato, dove si sono infilati e hanno rovistato ovunque potessero, il nascondiglio non era visibile e allora non si sono messi a togliere tutte le assi da sopra. Questa abitazione si è conservata grazie ai miei parenti con questo nascondiglio dei dissidenti, che è stato fotografato molte volte ed è l’ unico ad essere rimasto intatto.

- “Quindi praticamente per loro una prova a suo carico era una borsa con dei libri?”

All’inizio sì, anche se c’era pure un altro “indizio” che era arrivato nelle loro mani. Scrivevo per “Bulleten B” gli “articoli redazionali”. Nel numero precedente c’era un articolo di questo tipo, mentre sul tavolo (l’unica cosa che sono riusciti a trovare) ce n’era un altro, che era evidentemente la sua continuazione. Ma insomma, l’hanno trovato e basta…

Nel complesso questo sistema di segretezza assai poco ingegnoso che avevo inventato era efficace. Avevo il permesso di andare per tre giorni ogni mese a Mosca, a trovare la moglie e i figli, ma non andavo da nessun altro, tranne qualche rarissima eccezione, non mi vedevo con i dissidenti. Una volta al mese mi veniva a trovare Fedor a Borovsk, si portava via il numero già pronto e a spedirlo ci pensavano loro. Asya Lashiver, che ormai da 10 anni ribatteva il samizdat giorno e notte, aveva una gran voglia di copiare “Bulleten B”, ma appena sono venuto a saperlo mi sono categoricamente opposto. Abbiamo avuto una discussione abbastanza dura con lei, che ora riferisce la faccenda in modo diverso, ma il succo del discorso era che io le avevo detto: “Quello che facciamo lo sentono centinaia di migliaia di persone grazie a “Radio Svoboda”, “Golos Ameriki” (La Voce dell’America), alla BBC e così via”. In questi anni il “Bulleten B” era l’unica fonte d’informazione dall’URSS. E avevo detto “Ebbene, voi distribuite 10 copie, e tra due settimane il KGB viene prima da voi e poi dagli altri.” Inoltre ero categoricamente contro i contatti con la NTS, a cui ci cercava di avvicinare Elena Kulinskaya. Capivo bene, visto che mi occupavo di letteratura dell’emigrazione russa, quanto la NTS pullulasse di collaboratori del KGB.

Quindi, quando mi hanno arrestato, l’unico a cui il KGB è riuscito subito a risalire è stata la persona che ribatteva il “Bulleten B”, Viktor Bessmertnykh. Gli hanno detto: “Tu hai questo bilocale, capisci di sicuro che ti terremo per 6 mesi sotto controllo e anche se il tribunale ti dovesse assolvere, la casa ti verrà tolta semplicemente perché non ci sarai vissuto per sei mesi.” Sul suo conto, oltre a questo, non avevano nient’altro. Ma in quel momento c’era sul tavolo il numero precedente, ribattuto in sette copie, ormai redatto, dove c’era proprio l’inizio del mio articolo, che stava sul mio tavolo e il suo originale, copiato sulla mia macchina da scrivere. Bessemertnykh conosceva di vista Fedor Kizelov, si erano incontrati per caso da me.

Ma comunque, grazie a questo, sono riusciti a risalire al mio legame con il “Bulleten”.

- “Capito, il puzzle si è ricomposto”

Beh, non molto, perché loro erano comunque convinti che il redattore del “Bulleten” fosse Fedor, l’avevano visto a volte dalla Kallistratova, a volte dai Sakharov, a volte da altre parti ancora. Io invece, a loro avviso, ero semplicemente una persona qualsiasi che passava i materiali per la ristampa. Mi era assolutamente chiaro che, dopo un po’ di tempo, avrebbero capito tutto. Perché, per prima cosa, lì c’era scritto che quello era l’articolo redazionale e c’era una un legame evidente tra questi articoli. E poi, per seconda cosa, lui aveva una copia ribattuta sulla mia macchina da scrivere. Io ne avevo una tedesca, poco potente…”Konsul”, mi sembra. Quindi loro avevano la mia copia. Capivo che, per quanto fossero tonti, con un gruppo già formato di 5 miei inquirenti e due unità operative – Obninsky (lì c’era un proprio edificio del KGB) e Kaluzhsky, tempo due settimane e avrebbero cominciato a incolparmi. E, per togliere loro questa soddisfazione, ho confessato apertamente di essere il redattore di “Bulleten’ B”. Ma su altri loro non avevano alcun materiale. Mi hanno portato a casa mia per la prima perquisizione.

Avevo due cani: il bulldog francese Arsik e il gigantesco San Bernardo Thor, che non lasciava avvicinare nessuno alla casa, quindi i vicini preferivano passare dall’altra parte della strada. I cani capiscono in che situazione si trovano i loro padroni. Non mordeva mai nessuno, semplicemente si arrampicava con le zampe sullo steccato e si vedeva il muso da sopra la palizzata. Era grosso persino per essere un San Bernardo. Quelli del KGB avevano paura di lui, cercavano tutti di convincermi a dargli del salame con il sonnifero.

All’ inizio mi sono mostrato d’accordo, visto che il cane era agitato perché non mi vedeva da due giorni. Ma poi ho detto: “No, nessuno sa che effetto fa il sonnifero sui cani…”. Tra circa due settimane Thor l’hanno avvelenato lo stesso, per fare questa volta una perquisizione illegale, che comunque non diede loro alcun risultato. Di San Bernardo me ne hanno avvelenati due, quindi ora non tengo più cani, perché non sono loro a scegliere i padroni e le circostanze della loro vita.

In qualche modo sono riusciti a intrufolarsi nella casa. Hanno cominciato a rovistare, hanno trovato un libro di Blok autografato, qualcos’altro di questo tipo. Avevo un libro che si chiamava “Imbecilli al potere”, se ne stava sullo scaffale con la copertina davanti ed è ancora al suo posto (ride). In realtà era su Hitler. Comunque, ovviamente, loro l’hanno afferrato con grande gioia, ma, stupiti, hanno dovuto lasciarlo lì. Insomma, non hanno trovato niente.

L’unica cosa che continuava a preoccuparmi, quando si era scoperto che non erano riusciti a scovare il nascondiglio, era una torcia elettrica che stava sul tavolo della cucina, con dentro molte pile. In una di queste pile c’era un microfilm arrotolato di Dmitry Markov con la collezione completa dei “Bulleten B”. Io con malinconia dissi che dovevo andare un attimo in bagno, presi quella pila e la buttai dritta nel cesso.

Ce l’ho anche fatta, con quegli idioti che se ne stavano lì, a scrivere una nota per mia moglie, che loro stessi le hanno passato, in cui chiedevo di portare via la borsa dallo scantinato. Questo compito è stato svolto con calma, a pezzi, per non attirare l’attenzione. Semplicemente non avevano capito cosa stavo scrivendo.

Insomma, di quelli del “Bulleten B” non è stata arrestata nessuna persona tranne me. E anche quello zio maggiore della polizia che, certo, era testimone al mio processo in tribunale, venne a sapere con grande stupore che i libri non li avevo presi da lui, ma li avevo trovato in una birreria. Del resto, quelli del KGB gli avevo detto che avevo confessato ogni cosa e che sapevano tutto. Evidentemente, mi spiavano già prima della faccenda della casa di Dmitry Markov.

Nel 1983 mi hanno condannato a 7 anni di carcere duro. Nel 1987 mi hanno liberato e, tornato a Mosca, con la redazione rimasta di “Bulleten B” ho cominciato a pubblicare la rivista “Glasnost”. Ma questa ormai è un’altra storia.


Dissidenty di Gleb Morev