con il contributo della Fondazione Cariplo

È mancato Arsenij Roginskij presidente e fondatore di Memorial

Sezione: In primo piano

Senja Roginskij, storia di un uomo integro
Maria Ferretti

У меня сегодня много дела:

Надо память до конца убить,

Надо, чтоб душа окаменела,

Надо снова научиться жить.

 

Oggi ho molte cose da fare:

Bisogna uccidere fino in fondo la memoria,

Bisogna che l’anima diventi di pietra,

Bisogna imparare a vivere di nuovo.

 

Con la fine del 2017, la Russia ha perso una delle rare autorità morali che, dopo il naufragio dell’Urss e la tormentata nascita del nuovo regime post-sovietico, ancora si levavano coraggiosamente sulla scena pubblica: dopo una lunga malattia, il 18 dicembre è morto Arsenij Roginskij. Presidente di Memorial, di cui era stato fra i fondatori, Arsenij Borisovič incarnava forse meglio di chiunque altro l’anima dell’associazione nelle sue molteplici sfaccettature,  dall’impegno per i diritti dell’uomo e per la libertà alla difesa della memoria e di un sapere storico indipendente e rigoroso,  costruito sulle fonti trattate con filologica precisione, senza mai cedere al fascino discreto della faciloneria semplificatrice. Storico di grandissimo valore, con una finissima conoscenza delle fonti più disparate e, in particolare, degli archivi sovietici – aveva fatto parte fra l’altro della commissione incaricata, dopo la fine dell’Urss, di declassificare la documentazione archivistica, cioè, come si suol dire, di aprire gli archivi -, Senja viveva la storia, la sentiva dall’interno, empaticamente, con un’acuta percezione della tragicità del passato, di quel farsi del divenire storico anche indipendente dal volere dei protagonisti; ma coglieva anche, nel dipanarsi della storia, gli aspetti comici o grotteschi, l’assurdità celata nelle pieghe della quotidianità – per questo amava seguire le tracce delle vite degli uomini, così simili e così irripetibili, come se ognuna apportasse quel piccolissimo frammento in certa misura indispensabile alla comprensione del tutto. Forse è stata proprio questa sua passione, che gli impediva di smettere di osservare l’incessante mutare del caleidoscopio di quella comédie humaine di cui è intessuta la storia, ad impedirgli di scrivere quel libro che tutti gli chiedevamo con insistenza sulle repressioni staliniane, il testo in cui avrebbe spiegato quei meccanismi di funzionamento del sistema che ormai vedeva con tanta chiarezza e di cui parlava con tanta disinvoltura fra una sigaretta e l’altra, attorno a una tazza di tè. E che conteneva la chiave per capire la storia dell’Urss. E ormai non c’è più nemmeno il tempo per convincerlo a raccontarlo almeno in un libro a due mani, un dialogo, progetti sfiorati e rinviati a un futuro più o meno lontano, un futuro libero dall’oppressione di una quotidianità che per Memorial era diventata negli ultimi anni, con l’adozione della legge che li bollava come “agenti stranieri” (2012), sempre più difficile. Questo futuro vagheggiato si è all’improvviso spezzato. Non ci sarà più. La strada si è interrotta bruscamente.

Per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, e ancor più per chi ha avuto la fortuna di essergli legato da un’amicizia cresciuta nel viver comune e nella condivisione quotidiana dell’esperienza in anni di grande intensità, Senja non era naturalmente soltanto uno storico di valore o una delle assai rare personalità eticamente integre che abbiano avuto un ruolo sulla scena pubblica della Russia negli ultimi decenni. Era un uomo vivace, curioso, allegro e divertente, un grande narratore, quasi un affabulatore, un incantatore di serpenti, che sapeva guardare il mondo con umorismo, leggerezza e ironia. Potevi stare ore ad ascoltarlo e l’amaro rimpianto è non aver mai registrato o mai appuntato in un diario i suoi strabilianti racconti, di cui ormai restano soltanto frammenti nelle nostre sfilacciate memorie. Ma Senja era soprattutto un amico vero, perché per lui l’amicizia aveva una sacralità assoluta. Mi si perdoni quindi la mancanza di distanza di questa breve ricostruzione biografica.

Senja era nato il 30 marzo del 1946 nella cittadina di Vel’sk, in provincia di Archangel’sk, nel grande nord russo ricoperto di campi e di luoghi di confino. Era lì infatti che, dopo aver scontato in un lager la condanna inflittagli nel 1938, durante il grande terrore, era stato confinato suo padre Boris, un ingegnere di origine ebraica che, con le possibilità di emancipazione offerte dalla rivoluzione, aveva potuto abbandonare la “zona di residenza”, in cui erano costretti a vivere gli ebrei sotto lo zar, e tentar la fortuna a Leningrado. Il padre, che teneva molto al ricongiungimento con i suoi cari, era riuscito a vivere qualche anno lì con la famiglia in una baracca ai margini del bosco, se la memoria non mi inganna sui racconti di Senja; poi, nel 1951, era stato nuovamente arrestato. Non sarebbe più tornato. Senja era rimasto lì, con la mamma, il fratellino e la sorellina, fino al 1956, quando, dopo il XX Congresso, era stato permesso a condannati e confinati di avvicinarsi alle città “proibite” dove avevano un tempo vissuto e tornare nella regione di Leningrado. Andava a scuola al mattino, con la sua cartelletta – lo mimava e ti sembrava di vederlo, un bimbetto paffuto e sorridente, proteso verso il futuro, così gli piaceva immaginarsi e raccontarsi, celando in quella comicità da cartone animato la sofferenza di quella rude quotidianità, intrisa di assenza, paura e miseria. Andava a scuola, e vedeva le file compatte dei detenuti in divisa marciare nell’altra direzione. Questa era l’esperienza della quotidianità del piccolo Senja – l’avrebbe segnato per sempre. L’estate, la mamma lo mandava a Leningrado dallo zio, perché approfittasse della cultura della città da cui erano stati esiliati. Lo zio, un celebre biologo i cui studi dovevano niente poco di meno che confermare la veridicità delle teorie di Darwin, lo spediva ogni mattina a guardare una sala dell’Ermitage – una sola, una per volta, che poi tornando a casa il piccolo doveva illustrargli fin nei dettagli, ripercorrendo tutte  le opere viste.  C’era stato addirittura un anno in cui era stato promosso dallo zio suo aiutante speciale, perché il laboratorio aveva infine ricevuto, dopo molte richieste, uno scimpanzé, il primo che aveva messo piede – pardon, la zampa – sul suolo sovietico, e gli scienziati volevano verificare se si potesse in effetti provare, attraverso un’opera di educazione, quanto questi fosse educabile, e si potesse dunque considerarlo a tutti gli effetti un antenato dell’homo sapiens. E il piccolo Senja era stato incaricato da far da maestro allo scimmione, insegnandogli non solo una serie di gesti, ma anche a fare pipì… Senja aveva una riserva infinita di racconti e la rara capacità di trovare sempre il lato che permetteva di sorridere sulla tragicità del narrato.

Quando la famiglia era infine tornata a Leningrado, le era stato assegnato un piccolo appartamento alla periferia della città, in una zona nuova, dove venivano alloggiati gli scampati ai lager e al confino. E quella era stata la seconda scuola che avrebbe segnato per sempre le scelte di Arseni. D’estate, nei cortili, seduti sulle panchine, i sopravvissuti ricordavano e discutevano animatamente sulle controversie passate, aprendo al ragazzino nato sul margine di un campo nuovi orizzonti. Chi erano quei menscevichi e socialisti rivoluzionari, quegli oppositori bolscevichi di destra e sinistra che ancora discutevano così animatamente ma dei quali non c’era più traccia da nessuna parte? Qualche anno dopo, Senja, ormai storico provetto formatosi in una delle migliori scuole dell’Urss, quell’università di Tartu dove insegnava Jurij Lotman, comincerà a raccoglierne le testimonianze, salvando una memoria altrimenti destinata alla sparizione e imboccando così il cammino che lo avrebbe portato al dissenso per amor anzitutto della verità storica.

Sedicenne, era infatti andato a studiare a Tartu perché non aveva alcuna speranza di entrare nell’ateneo di Leningrado, con i suoi trascorsi familiari – figlio di un uomo che era stato bollato col marchio infamante di nemico del popolo, anche se nel frattempo era stato riconosciuto innocente, se non altro per mancanza di prove: la destalinizzazione vergognosa, così era stato battezzato dalla vox populi questo ritorno alla chetichella di uomini le cui esistenze erano state ingiustamente  distrutte, uomini ai quali lo Stato avrebbe almeno dovuto offrire pubbliche scuse e un risarcimento se non altro morale. Forse è proprio in occasione dell’esame di accesso all’università che la mamma, che non riusciva mai a far quadrare il magro bilancio familiare, era tornata a casa tutta contenta perché era riuscita a comprare a un prezzo stracciato un abito completo di tutto punto per quel figlio così bravo costretto a sormontare tanti ostacoli. Ben poco era durata, però, la gioia dell’affare. L’abito aveva cominciato a disfarsi subito, con le suole che si scollavano e le cuciture che si sfilacciavano. Il mistero si era chiarito in fretta: l’abito a buon prezzo era di quelli finti, destinati a vestire i morti…

A Tartu, Jurij Michailovič Lotman aveva preso quel giovane brillante così dotato sotto la sua ala protettrice. Spesso lo teneva a casa con sé, quasi fosse un altro figlio e gli dava libri su libri da studiare e schedare. E Senja mimava il suo farsi piccolo piccolo, il suo farsi coraggio, dopo aver svolto il compito assegnato, per chiedere al maestro delucidazioni, inizio di lunghe discussioni… Avrebbe dovuto essere il suo erede, se non avesse imboccato, mosso dalla sua visione etica ancor prima che politica, la via del dissenso. Senja si era messo a studiare, sulle orme del suo maestro, le origini del movimento rivoluzionario russo a partire dalla fine del Settecento e i populisti – lì sentiva anche le sue, di radici, nel rifiuto dell’assolutismo zarista, nella resistenza all’oppressione, nella voglia e nel bisogno di agire per cambiare. Fra i discepoli di Lotman e nel gruppo di giovani che si radunavano attorno a lui aveva stretto le amicizie che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita e nella futura avventura di Memorial. Era lì che si era legato a Nikita Ochotin e Aleksandr Daniel’, l’inseparabile Sanja, a cui era stata preclusa anche l’università di Tartu perché suo padre, lo scrittore Julij Dniel’, era prigioniero del regime e di lì a poco anche sua madre, Larisa Bogoraz, finirà al confino per aver osato manifestare con altri sei impavidi sulla Piazza Rossa per protestare contro l’invasione di Praga, riesumando l’antico slogan di solidarietà con gli insorti polacchi dell’Ottocento: “Per la vostra e per la nostra libertà”. A Sanja verrà preclusa anche l’università di Tartu e ogni accesso alla formazione umanistica, nonostante fosse un ragazzino di innegabile talento e avesse pure lavorato in fabbrica per acquisire un maggior punteggio; sarà costretto a restare un autodidatta, anche se di altissimo livello, e sarà l’autore principale, grazie alla sua penna felice e pungente, di moltissimi testi del gruppo; era, per molti versi l’alter ego di Senja. Sarà proprio Sanja uno dei tramiti principali di Arsenij col dissenso moscovita, a partire ovviamente dalla sua famiglia, che diventerà una grande famiglia allargata unita da vincoli indistruttibili, retti da due figure forti, simili nella loro diversità: Lara Bogoraz, diventata una personalità di primo piano del dissenso, quasi suo malgrado perché era una donna schiva, priva del narcisismo che spesso accompagna questi ruoli, e Katja, Ekaterina Velikanova, figlia al tempo assai giovane di un’altra celebre famiglia dissidente. Prima moglie di Sanja, Katja diventerà la seconda moglie di Senja e la sua presenza silenziosa e discreta permetterà ad Arsenij di dedicarsi anima e corpo, negli ultimi trent’anni, a Memorial.

Quando Senja stava finendo l’università, nella seconda metà degli anni Sessanta, con la destituzione di Chruščev e l’avvento di Brežnev (1964), l’atmosfera aveva cominciato a farsi sempre più pesante. E sempre più pesante diventava il peso soffocante della storia ufficiale, con il tentativo di restaurare l’immagine di Stalin e far dimenticare il terrore e le sue vittime. Fra il 1964 e il 1965 c’era stato del resto l’arresto e il processo agli scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel’, condannati a lunghe pene detentive per essersi macchiati della colpa di aver pubblicato all’estero le loro opere considerate “antisovietiche” perché irriverenti nei confronti del sacro canone del realismo socialista. Con le proteste in difesa dei due scrittori, che avevano denunciato fra l’altro l’occultamento del passato staliniano, nasceva il dissenso. Fu in questo contesto che Senja, a cui non mancava certo il coraggio, si avvicinò, poco più che ventenne, al dissenso democratico – una strada che non avrebbe mai più abbandonato. Cominciò quasi con un vizietto professionale, che raccontava con la sua aria furbetta e sorniona: raccoglieva i documenti di quel movimento nascente e li catalogava, a memoria futura. Erano infatti gli anni delle petizioni e delle lettere alle autorità, embrione di uno spirito pubblico che cominciava lentamente a ricostituirsi, dopo gli anni di paura e conformismo di Stalin. Era entrato in contatto col dissenso, e aveva cominciato a collaborare con la Cronaca degli avvenimenti correnti, il periodico clandestino fondato nel 1968 che documentava le  repressioni e le violazioni dei diritti umani.

All’inizio degli anni Settanta, si era legato al gruppo moscovita raccolto attorno a Larisa Bogoraz e allo storico Michail Gefter, uno studioso che, pur restando sempre ai margini del dissenso (il confine era del resto labile), era uno dei maitres à penser per i giovani che si interrogavano tormentosamente sul passato. Da questo incontro nascerà la rivista clandestina Pamjat’ (Memoria), pubblicata sui fogli sottili di carta velina del samizdat e di cui Senja sarà, con Sanja Daniel’, l’animatore principale. Pamjat’, nata per salvare dall’oblio imposto dallo stato il tragico passato del paese, a partire dalle repressioni staliniane, e restituire e onorare la memoria delle vittime, contiene in nuce tutti i temi che saranno poi all’origine di Memorial. Lo scopo della rivista era, come spiegato nella presentazione del primo numero, ricostruire la memoria storica mutilata del paese e creare una storiografia indipendente dal potere: “La redazione ritiene suo dovere salvare dall’oblio tutti i fatti e i nomi attualmente condannati a scomparire e in primo luogo i nomi di chi è stato ucciso, perseguitato, diffamato, le sorti delle famiglie spezzate o annientate, nonché i nomi di quelli che hanno ucciso, diffamato, denunciato”. La rivista, di cui  fra il 1975 e il 1981 usciranno cinque densi volumi, raccoglieva da una parte le memorie dei sopravvissuti (come i già ricordati menscevichi e altri oppositori del regime) e, dall’altra, documentava col massimo della precisione possibile all’epoca – cioè con gli archivi chiusi – episodi repressivi dimenticati. Benché si lavorasse molto collettivamente – un tratto, questo, a cui Senja, schivo rispetto a ogni forma di individualismo, ha sempre tenuto – Roginskij ne era il direttore riconosciuto; la rivista era del resto redatta con impeccabile precisione filologica. Le regole della clandestinità erano strettissime; sentivano sempre più di avere gli organi sul collo. Ma erano giovani, e a volte era difficile far osservare a tutti le regole di sicurezza. Sanja, per esempio, bello e seducente, era sempre a caccia di fanciulle. E una volta aveva avuto l’imprudenza di portarne una nell’appartamento in cui stavano chiudendo il numero della rivista. La fanciulla aveva cominciato a fare un po’ troppe domande – è vero che il dissenso e la clandestinità affascinavano, ma va a sapere con chi ti trovi ad avere a che fare – ed era toccato a Senja tirar fuori le castagne dal fuoco – succedeva spesso fra loro, così inseparabili. “Ma insomma, ragazza mia, ma lei ha mai visto una rivista clandestina con le note?”. Ed era stato così convincente, raccontava Senja ancora fiero, dopo tanti anni, della sua trovata, che la fanciulla aveva smesso di fare domande e  non vi erano state spiacevoli conseguenze.

Fin dal 1977, la polizia lo teneva sotto stretta sorveglianza, senza lesinare le perquisizioni. Su pressioni del KGB venne licenziato dalla scuola serale in cui insegnava; gli venne lasciato solo un lavoro in biblioteca e negli ultimi anni dovette arrabattarsi per non farsi arrestare come “scansafatiche” – un modo semplice, in un sistema in cui ogni occupazione dipendeva dalla Stato, per sbarazzarsi senza tante storie di chi dava fastidio. Poi, nel 1981, riuscirono finalmente a pescarlo e, dopo avergli invano offerto di emigrare in Israele da una presunta zia, lo arrestarono. Preoccupato di proteggere i compagni, soprattutto i più anziani che difficilmente avrebbero sopportato la detenzione, Senja rifiutò ogni profferta delle autorità di esser riconosciuto come detenuto politico, uno statuto ghiotto, che offriva, oltre alla brevità della pena, tutta una serie di vantaggi; venne quindi condannato per crimini comuni e scontò quattro anni di pena in un campo di lavoro. Diventò per lui anche quella una straordinaria esperienza umana, di cui parlava con la sua solita singolare capacità di cogliere la storia e le persone attraverso le vicissitudini individuali. Spiegava perfettamente, per esempio, la ragione per cui le razioni erano miserevoli: in tempi di penuria, tutti quelli attraverso le cui mani passavano le derrate per i campi (ed erano tanti, in un sistema rigidamente centralizzato!), dovevano portarsi a casa qualcosina, limando quel che era destinato ai detenuti finché di carne  e sostanze nutrienti non rimaneva che un’ombra. E al detenuto, alla fine, arrivava solo una sbobba acquosa, priva del contenuto calorico necessario. Anche lì, con la sua semplicità e la sua profonda umiltà si era guadagnato la stima dei compagni di prigionia, uomini rudi che guardava sempre con simpatia. Senja 4riusciva sempre a trovare nelle persone l’umano, ed era una delle cose affascinanti quando parlavi con lui, persino dei carnefici staliniani.

Senja venne liberato nell’estate del 1985; Gorbačev era stato appena eletto a capo del PCUS e i tempi stavano per cambiare. Ci si buttò a capofitto, in quel cambiamento inatteso, impegnandosi per dar vita a Memorial, fra le prime organizzazioni indipendenti fondate fra il 1988 e il 1989 con la perestrojka.  Il resto della storia è più noto e si confonde in parte con quella di Memorial, di cui, prima di diventare presidente negli ultimi anni (una carica inizialmente onorifica, assegnata a Sacharov e a Sergej Kovalev, altro padre del dissenso democratico), fu, col gruppo di Pamjat’, l’infaticabile organizzatore. Fu anche il creatore del centro studi di Memorial ed è a lui, con Nikita Ochotin, che si deve la prima ricostruzione del sistema concentrazionario sovietico e l’avvio di numerose ricerche sulle repressioni. L’impegno di Senja – e di Memorial – perché le repressioni, a partire da quelle staliniane ma non solo, si iscrivessero nella memoria pubblica della Russia post-sovietica è stato enorme. Si può ricordare, a titolo di esempio, l’istituzione della giornata della memoria delle vittime delle repressioni politiche, il 30 ottobre, che ha ora un suo rituale ben codificato – durante tutta la giornata vien data lettura dei nomi delle vittime del Grande Terrore davanti alla pietra di Solovki, che è stata portata a Mosca nel 1990 e posta di fronte alla Lubjanka, sede della polizia politica, proprio per ricordare le vittime – oppure la diffusione di cerimonie in occasione della posa di placche commemorative, che, seppure negli ultimi anni hanno incontrato resistenze sempre più forti in una Russia putiniana sempre più incline a dimenticare un passato scomodo e a riabilitare la figura di Stalin come grande uomo di Stato (fu lui a restituire alla Russia la grandeur imperiale svenduta dai bolscevichi con la pace di Brest!), pure segnano una presenza importante sul territorio. Benché anche in questo caso sempre più osteggiato dalle autorità, l’impegno alla divulgazione nelle scuole, fra gli insegnanti e, più in generale, nella popolazione ha certo avviato la diffusione, per quanto limitata, di una consapevolezza del passato. Certo, il cammino da fare sembra ben più arduo e lungo di quello già percorso. Ma in questo momento non siamo certo noi europei occidentali che possiamo vantarci di aver trovato una soluzione al diffondersi dell’amnesia pubblica.

Con l’elezione, nella primavera del 1990, del Soviet supremo della Russia, che eleggerà Boris El’cin presidente, anche Memorial venne coinvolto nelle istituzioni da cui doveva nascere la nuova Russia. Sergej Kovalev, eletto deputato, fondò infatti allora il Comitato per i diritti dell’uomo, che lavorava in stretto contatto con l’associazione di cui era anche presidente. Saranno proprio le stanze del Comitato ad essere, nella prima notte del golpe contro Gorbačev, nell’agosto del 1991, uno dei centri di organizzazione della resistenza. E Senja era lì, a scrivere e preparare volantini, in un’atmosfera che ricordo come festosa, nonostante la tragicità del momento (tutti temevamo la vittoria dei putschisti, il brutale ritorno indietro, anche se nessuno riusciva a crederci sul serio) – la ricordo come festosa forse perché anche in quell’occasione Senja, come sempre, scherzava. Devo avere ancora da qualche parte un volantino che Senja mi aveva dato a futura memoria con firma autografa, io che avevo mollato brutalmente la redazione del quotidiano per cui lavoravo all’inviato speciale appena arrivato da Roma per “coprire” l’avvenimento, lasciandolo, poveretto, con un palmo di naso – ma per me contava di più esser con i miei per aiutarli nell’organizzare la resistenza che star lì a trasmettere informazioni sufficientemente stereotipate, che non avrebbero certo cambiato il corso della storia. Forse era nata da qui la storia che Senja si era inventato qualche mese dopo, il giorno che eravamo a casa sua e di Katja a festeggiare il terzo compleanno di suo figlio, il piccolo Šjurik. Era una storia bellissima, di cui non ricordo però che alcuni frammenti – ma anche lui purtroppo l’aveva ormai dimenticata. Aveva cominciato a raccontare, per guidare il giro di brindisi, la storia di chi saremmo stati noi, tutti i commensali, nel 1917. Larisa, Bogoraz era stata subito additata come la nonna della rivoluzione russa, Ekaterina Breško-Breškovskaja; io ero la corrispondente straniera entusiasta, un po’ esaltata e non troppo astuta, tipo la moglie di John Reed, Louise Bryandt. Quanto a se stesso, si era messo, nella sorpresa generale, non fra i menscevichi o i socialisti rivoluzionari, i rivoluzionari buoni massacrati poi dai bolscevichi di cui aveva pazientemente raccolto le storie come oppositori al regime, ma provocatoriamente fra i cechisti, i primi uomini della polizia politica creata da Lenin per difendere la rivoluzione…  Questo è quel che intendo quando dico che Senja sentiva tutta la tragicità della storia, sentiva dall’interno tutto il dramma del 1917, di una rivoluzione millenaristica che, attesa e sognata da generazioni intere di rivoluzionari pronti a sacrificarsi per la causa comune, aveva promesso il paradiso in terra e aveva finito per generare uno dei più sanguinari regimi del XX secolo.

Il fine poteva giustificare i mezzi? E se sì, in che condizioni? Ne abbiamo discusso fino alla nausea, litigando spesso aspramente – non sul 1917, ma su quel che succedeva dopo il collasso dell’Urss. Era difficile, per un occidentale, non vedere nella violenza con cui El’cin umiliava, davanti Soviet Supemo russo plaudente, Gorbačev, appena liberato da Foros, un primo segno di scollamento dagli ideali di democrazia a cui si richiamava l’opposizione radicale al leader sovietico. Poi c’era stato, a dicembre, l’incontro in un bosco bielorusso dei tre leader delle repubbliche slave – Boris El’cin, Leonid Kravčjuk per l’Ucraina e Svjatoslav Šuškevič per la Bielorussia – che aveva messo fine ai tentativi di Gorbačev di rifondare l’Unione e decretato la morte dell’Urss, ratificata poi dai rispettivi Soviet supremi. Anche n questo caso, il modo in cui era stata gestita prometteva poco di buono, ma per i radicali la fine del detestato regime suscitava un tale entusiasmo che non valeva la pena di interrogarsi su queste quisquilie di forma. Il momento in cui forse avevamo discusso più aspramente, restando ognuno sulle proprie posizioni, era stato nell’autunno del 1993, quando El’cin aveva sciolto nel sangue il Soviet supremo,  che pure lo aveva sostenuto in tante battaglie e che ora, davanti alla violenza sociale provocata dalla riforma radicale dell’economia messa in atto dai seguaci dell’ortodossia liberale di Chicago, aveva chiesto con insistenza di frenare e rivedere la rotta, guadagnandosi il marchio infamante di essere un covo di comunisti. Da lì era iniziata la deriva autoritaria della Russia post-sovietica, che inizierà ad apparire evidente, per il vecchio dissenso democratico, soltanto a partire dalla fine del 1994, con l’inizio della guerra in Cecenia, che porterà Kovalev, rimasto coraggiosamente a vedere incredulo Groznyj rasa al suolo dalle truppe federali, a dimettersi da garante per i diritti umani. Memorial riprenderà così a poco a poco il cammino dell’opposizione, continuando la battaglia per la memoria e per i diritti umani. Con Senja avevamo finito per ritrovarci, e per un tacito patto avevamo smesso di discutere su quel colpo di mano del 1993 che tanto ci aveva divisi; con l’onestà etica e intellettuale che li contraddistingueva, i memorjal’cy avevano finito per avvicinarsi alla Fondazione di Gorbačev, che all’epoca, come del resto tutta l’intelligencija che si voleva democratica democratica, avevano capito e apprezzato così poco. Con Putin, nominato erede da Boris El’cin, la deriva autoritaria si è fatta sempre più esplicita e Memorial è tornato ad essere sotto attacco. Ma anche in questo caso, Senja reagiva col coraggio abituale. Detestava lamentarsi e aveva conosciuto tempi ben più difficili. Sapeva che la storia è lenta e vischiosa, che per cambiare serve molto tempo. E, come sempre, resisteva e continuava a costruite, con tenacia e umiltà.

In questo momento già così difficile per la Russia, che sembra avvitarsi in nuovo autoritarismo non di breve durata, la scomparsa di Senja Roginskij, fra i pochi punti di riferimento etici rimasti integri nel paese, è particolarmente tragica. Perché Senja aveva, fra l’altro, un’enorme capacità di mediare, di trovare compromessi senza mai rinunciare a quel che riteneva essere essenziale. Sarà difficile per tutti, a cominciare da Memorial.

 

http://hro.org/node/26903

Corriere della Sera 19/12/2017 | La lotta di Roginskij per la verità sul Gulag
L’osservatore romano 19/12/2017 | È morto Arsenij Roginskij
The New Yorker 19/12/2017 |  The Historical Truth-Telling of Arseny Roginsky
http://hro.org/node/26909
http://hro.org/node/26911
Memorial.de | Zum Tode von Arsenij Roginskij (1946-2017)
Colta.ru | Ricordo di Lev Lur’e

Intervista ad Arsenij Roginskij dell’ottobre 2016, parte del documentario «Право на память»

 

 


È mancato Arsenij Roginskij presidente e fondatore di Memorial